Dalla neoclassica morte sublime
alla post moderna purezza delle forme
Per una storia della tipologia tombale passeggiando tra le sepolture di prima classe
Tutti i cimiteri italiani presentano sempre una zona più nobile dove le tombe sono più antiche e artisticamente più ricche. In quelli di campagna sono lapidi e piccoli complessi monumentali, addossati in genere ai muri di recinzione. Nelle grandi città e nei capoluoghi di provincia, questa zona si trova spesso sotto ai porticati, luoghi in cui le tombe sono più importanti e spesso sono realizzate da artisti.
Sant’Anna non si sottrae a questa realtà dei fatti e le arcate, che delimitano la parte settentrionale dell’originario camposanto cattolico, ospitano le tombe di prima classe. Passeggiando tra queste, si tenterà di abbozzare una breve storia delle diverse tipologie di monumenti, da quelli neoclassici, che raffigurano la morte in maniera sublime, a quelli della seconda metà del Novecento, connotati da una certa purezza formale.
Le tombe canoviane presentano tutte la stessa caratteristica: quelle “a stele” con urne e geni funebri e quelle “a sarcofago” con sfingi, busti, colonne e figure femminili.
Rientrano in questa tipologia le sepolture di Cassis Faraone del 1841, Ivanovich Tripcovich del 1844 e Corti Gregorutti del 1850, le ultime due sono di Angelo Cameroni (Venezia 1817- 1867).
Verso metà del XIX secolo, i sepolcri iniziano a essere concepiti attingendo ecletticamente ai diversi stili storici o reinterpretando soluzioni neoclassiche. In questo gruppo si trovano le tombe Slocovich Passarevich del 1864 di Giovanni Duprè (Siena 1817-Firenze 1882), Tonello del 1872 di Guglielmo Schiff (Mannheim 1837-Gorizia 1891) e Girardelli Biasi del 1874 di Giovanni Battista Benzoni (Roma 1853 – attivo fino al 1889). Protagonista di questa fase è Donato Barcaglia (Pavia 1849-Roma 1930), autore delle sepolture più monumentali e scenografiche, ricche di rimandi al Cinquecento e con presenze femminili, anticipatrici del gusto Liberty: Brucker Holzknecht del 1877, Girardelli del 1883 e Scrinzi Marenzi del 1888. Chiudono l’eclettismo la neobarocca tomba Cappelletti Türk di Rudolf von Weyr (Vienna 1847-1914) del 1895 e la neorinascimentale sepoltura de Reinelt di Pietro Canonica (Moncalieri 1869-Roma 1959) del 1905.
Aprono la galleria degli scultori triestini Romeo Rathmann (Trieste 1880-Londra 1961) che, sempre nel 1905, realizza la tomba Ruzzier di concezione ancora ottocentesca. Legati invece alle proposte di Leonardo Bistolfi sono Giovanni Mayer (Trieste 1863- 1943) e Giovanni Marin (Trieste 1875-in viaggio 1926). Di quest’ultimo è la sepoltura Cambiagio del 1927 ma ideata prima della Grande Guerra. Più meno simili le vicissitudini della tomba Arrigo Modugno: pensata nel 1906 ma eretta quasi vent’anni dopo. I rimandi bistolfiani sono chiarissimi: un certo grafismo di stampo floreale e un ricercato simbolismo.
Nel corso del primo dopoguerra con il “ritorno all’ordine”, si ha una ripresa moderna della scultura classica e una semplificazione dello spazio dedicato alla sepoltura. In tale direzione deve essere letta la tomba Fortuna di Alfonso Canciani (Brazzano 1863-Trieste 1955) del 1943. La sobrietà post moderna della sepoltura Sain del 1981 chiude questo periodo.
Luca Geroni





