Percorso letterario

“Vero è ben, Pindemonte!”
Gli scrittori di Trieste e l'eredità d'effetti

In letteratura, la scena più celebre ambientata al cimitero triestino di Sant’Anna, è quasi una farsa: Zeno segue per errore un funerale che non è quello del cognato Guido.
Eppure, come sempre nell’opera di Italo Svevo, si ride a denti stretti e occhi spalancati. Zeno è un Foscolo passato per il lettino di Freud.
Resta che il funerale, il “sasso” col nome, l’elogio funebre, appartengono ai vivi, e a loro servono. Ma con la coscienza che, soprattutto nel caso di uno scrittore, quella rappresentazione costituisce l’ultimo capitolo del racconto di sé, ed è spesso ricco di rimandi all’eredità di effetti – che Foscolo ci perdoni – che esso ha determinato nel pubblico.
I triestini però, sono insolitamente sobri nel dettare il loro estremo ritratto.
Svevo, che (pure) scrive gli epitaffi dei genitori e dei fratelli che lo precedono all’estremo passo, non lascia nulla per sé da incidere sulla pietra. D’altra parte, l’epigrafe di Svevo che ha lasciato Umberto Saba non è stata accolta nella cripta della famiglia Veneziani in cui riposa il romanziere.
E anche nel caso della sua stessa sepoltura Saba, che da un lato ha lasciato una caustica Epigrafe nel Canzoniere e dall’altro aveva affidato a una lettera all’amico Vittorio Sereni la volontà di avere alcuni versi di quest’ultimo come viatico, non ha visto rispettato il suo desiderio, rimasto ignoto alla figlia Linuccia: sulla sua lapide sono incisi i suoi versi “Pianse e capì per tutti”. Ancora più avara di parole, quasi muta, la vicina tomba di Virgilio Giotti che, oltre alla data di nascita e di morte offre una sola, icastica parola: "poeta”. Per non dire della essenzialità spoglia della sepoltura di Anita Pittoni o del minimalismo che contrassegna le sepolture di Boris Pahor, Carolus Cergoly o Julius Kugy, che riposano nelle tombe di famiglia. Altrove è un singolo aspetto che emerge, come nel caso di Giani Stuparich, la cui lapide cita velocemente la sua attività di scrittore e di insegnante e reca per esteso la motivazione della medaglia al valore attribuitagli nella Prima guerra mondiale. La sola tomba di Stelio Mattioni offre una citazione letteraria, tratta dalla conclusione de Il richiamo di Alma: “Se ti ami, amami”.
Ma se le pietre restano mute, le urne dei forti autori triestini parlano comunque: parlano di appartenenze confessionali complesse e a tratti controverse, che le mura perimetrali dei multietnici cimiteri triestini malamente suddividono: Svevo e Saba, diversamente convertiti, riposano in quello cattolico, mentre Giuseppe Revere, Giorgio Voghera, Giorgio Pressburger e altri si trovano in quello ebraico e Charles Lever in quello anglicano, poco distante dal luogo dell’eterno riposo di Stanislaus Joyce, il fratello di James che ha scelto Trieste come residenza definitiva. E parlano anche le tombe che non ci sono: quelle di Fulvio Tomizza e di Pier Antonio Quarantotti Gambini, restituiti alla loro Istria, quella di Scipio Slataper, rimasto sul Podgora e quella di Pia Rimini, finita ad Auschwitz.

Riccardo Cepach

Busto in bronzo di Italo Svevo, opera dello scultore Giovanni Mayer nel giardino pubblico "Tommasini" di Trieste, inaugurato il 26 aprile 1931
Busto in bronzo di Italo Svevo, opera dello scultore Giovanni Mayer nel giardino pubblico "Tommasini" di Trieste, inaugurato il 26 aprile 1931